“Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni, verso il mese di marzo, una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.”

Già nelle prime righe di Cent’anni di solitudine, Gabriel Garcia Marquez dopo aver presentato Aureliano Buendìa e il villaggio di Macondo, introduce lo zingaro Melquìades, manipolatore d’incanti venuti da un tempo ancora sconosciuto, sottolineando così la funzione emblematica ed evocatrice del personaggio.

Nel 1975 quattro giovani studenti del DAMS di Bologna, di recentissima costituzione, decisero di dare il nome di Melquìades a un loro progetto di clownerie itinerante: itinerante a bordo di una guardinga Citroën 2 CV (deux chevaux). In fondo le prime battute dello zingaro-mago nel romanzo erano state – “Le cose hanno vita propria si tratta soltanto di risvegliargli l’anima.” Massima che se valeva per un blocco di ghiaccio, tanto più doveva valere per il pubblico casuale di strade e piazze in cittaduzze fuori mano.


In questi cinque minuti e poco di più, una bella scelta fotografica delle tournée dei Melquìades. Valerio Festi è quello con gli occhiali, lungo, magro e con cortissimi riccetti neri.

«Il teatro di ricerca mi stava un po’ stretto, la lirica era un mondo troppo ingessato, allora con tre compagni mettemmo in piedi un gruppo di clown, i Melquìades» – sono parole di Valerio Festi (Alberto), uno dei quattro avventurosi. Gli altri erano Guido Faglia (Falista), Manuel Cristaldi (Philip), Sergio Bini (Bustric). Valerio era stato tra i primi a iscriversi al DAMS, – “il Dadadams come lo chiamavamo noi e fu per me una grande occasione di incontro con personalità come Giuliano Scabia, Gianni Celati, Umberto Eco, un modo per annusare il mondo”. E per annusare il teatro, Grotowski ad esempio, anche se il teatro di ricerca sembrava stargli stretto.

Così, mentre Bologna era a/ttraversata dai ludi e dalle lotte del Movimento, i Melquìades per primi riportavano nei borghi la festa dei saltimbanchi, le astuzie dell’improvvisazione e, cappello in mano, erano ripagati da uova, formaggio, bevute in osteria. Ma lavoravano anche con Giuliano Scabia in un’azione intitolata Il Teatro Vagante alla ricerca della Vera Storia.

Ecco cosa ne scriverà Gianni Celati – “Scabia (…) ha reclutato quattro clown chiamati I Melquìades. La nuova azione avveniva su invito della Biennale di Venezia, per un Laboratorio internazionale, diretto da Luca Ronconi. (…) L’estate 1975 nelle zone di Mira sembrava il trionfo dell’idea di vivere per le strade in cerca di incontri dalla mattina alla sera. (…)   Per qualche giorno ho seguito i 4 Melquìades e ho in mente un pomeriggio, in mezzo a una strada dove loro facevano il loro spettacolo di clown. Nel ricordo sono seduto sullo zoccolo di cemento di un palo della luce, intorno c’è un circolo di spettatori che ride (…). Molti hanno biciclette a mano, l’aria da gente di campagna, e mi sembra che tutti portino vestiti da zone povere, inappariscenti. I clown fanno i loro numeri, in uno spiazzo accanto alla strada, e dietro di me passano macchine e camion. Qui ho avuto l’impressione (oppure mi è venuta in seguito, ricordando la situazione) d’essere in un film di Rossellini. Forse per la gente, per la casualità di tutto; ma anche perché nessuno come Rossellini è andato verso l’animazione del mondo con uno slancio così poco pregiudicato da idee amministrative”. (Gianni Celati, Ricerche sull’animazione del mondo in «Riga 28» Gianni Celati, a cura di Marco Belpoliti e Marco Sironi, 2008). I Melquìades tengono insieme il Mejerchol’d dell’Ottobre teatrale che andava in cerca di spunti per la sua biomeccanica nei teatri da fiera e nella commedia dell’arte, con il Circo Gratta che illuminava di piccole gioie le più spelacchiate periferie e con il Fellini della Strada con il suo Zampanò.

L’esperienza dei Melquìades si conclude nel 1978, l’anno in cui Valerio Festi discute la sua tesi “La Festa nella città: la necessità del momento rituale nelle comunità urbane”.

Studio ed esperienza, riflessione critica e pratica teatrale si vanno così saldando, senza essere state “pregiudicate da idee amministrative”. La piazza, la città, saranno d’ora in poi il palcoscenico delle invenzioni spettacolari di Valerio Festi – “Girando al Sud conobbi le feste di paese, quelle con le luminarie, le processioni, le infiorate, i fuochi d’ artificio, lo spettacolo viaggiante (…). Conoscevo un mestiere nuovo, quello di costruire la festa. Inventai delle macchine teatrali per portare l’immaginario delle feste dove non c’ era più, nelle città. Volevo capire come salvare la potenza e la forza della festa popolare”. (Il mio teatro volante nel mondo, intervista di Marina Amaduzzi, «La Repubblica», 26 febbario 2006).  Era nata una vocazione (teatrale?), come avrebbe detto Goethe.