Il 30 aprile il patriarca della slavistica italiana (e non solo) se n’è andato,  lasciandoci in eredità la sua lunga fedeltà alla libertà nella ricerca.

Le notti bianche di Vittorio Strada non erano certo quelle illusorie del sognatore, raccontate dal giovane Dostoevskij, ma piuttosto quelle della ragione in veglia permanente contro le angustie di qualsiasi pensiero tiranno.

Proprio Le veglie della ragione (1986) s’intitola un suo libro straordinario su “miti e figure della letteratura russa da Dostoevskij a Pasternak” e nella prefazione di quel libro, quasi scusandosi per esporre certe riflessioni in premessa a una raccolta di scritti sulla letteratura, riassumeva: “C’è un razionalismo fondato su una ragione autocratica, monologica e totale e c’è un razionalismo fondato su una ragione autocritica, dialogica e finita. Una ragione quest’ultima, né forte né debole, ma semplicemente umana”. Una ‘ragione immaginativa’ che Strada riconosceva all’opera nella letteratura russa, un pensiero letterario animato da una razionalità «non classica»  e secondo parole dostoevskiane «non euclidea».

Ma una ragione così descritta sembra anche essere quella che ha guidato Strada nelle sue scelte politiche, in opposizione costante a dogmi, schemi, censure.

In una bella intervista concessa ad Antonio Gnoli nel gennaio 2017 ha detto: “La Russia è stata per me un destino, qualcosa di necessario e imprescindibile da cui non ho mai potuto staccarmi”. È stata la sua Macondo, “un luogo onirico e universale”. Ma non accontentandosi di essere critico letterario, bensì filosofo, storico, politologo, di quel luogo ha vissuto con assoluta onestà intellettuale le utopie, i terrori, le promesse e le delusioni.

Nel 1957 era a Mosca per un primo triennio di studi, bellissimi ma sotto sorveglianza. Subito conobbe Pasternak che a lui, sicuro della sua lealtà, consegnò un messaggio capitale per Feltrinelli, contraddicendo le dichiarazioni ufficiali cui lo avevano costretto: “Il Dottor Zivago è il libro della mia vita e voglio a tutti i costi che esca!”. Nel 1970 vinse una cattedra all’Università Ca’ Foscari di Venezia dove ha insegnato fino al 2003. Nel 1977 a causa dei suoi stretti rapporti con i maggiori intellettuali del dissenso gli fu negato l’ingresso in Unione Sovietica, nel 1980 lasciò il Partito Comunista cui si era iscritto nel 1956 quando molti ne uscivano per i fatti d’Ungheria. Con l’avvento della glasnost e poi la dissoluzione dell’impero sovietico Strada tornò in Russia e dal 1992 al 1996 fu incaricato alla direzione dell’Istituto Italiano di Cultura a Mosca. La logica delle sue scelte è stata dettata solo da una libertà interiore fatta di permanente ricerca: “Non c’è un retto cammino già tracciato e l’errare fa parte del camminare come l’errore fa parte della verità, se la si ricerca e non si presume che essa sia già in nostro possesso”.

Questa verità, complessa, problematica, accesa da continue scoperte e resa trasparente da continui aggiustamenti, ha intessuto di riflessioni e rivelazioni tutti i suoi scritti, si trattasse di Tolstoj o di Majakowskij, di Čechov  o Gončarov, di Gor’kij o Dostoevskij, di Herzen o Lenin, di Lunačarskij o Solženicyn. 

Strada è stato filosofo, politologo, critico, filologo ma per noi, lettori comuni, è stato soprattutto una guida illuminante nel meraviglioso bosco narrativo della letteratura russa.