Prima della rivoluzione è un film di Bernardo Bertolucci del 1964: ad epigrafe, dopo i titoli di testa muti, c’è questa frase tramandata di Talleyrand: – Chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere.

In Russia prima della Rivoluzione dei fucili, dei contadini, dei soldati e degli operai ci fu quella degli artisti, meno sanguinosa ma più duratura, e dolce. Al Teatro Studio di Mosca nel 1905 per pochissimi mesi, il regista Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d insieme a Kostantin Stanislavskij – l’inventore di quel metodo che digerito e funzionalizzato da Stella Adler o da Lee Strasberg a New York, a Hollywood fece vincere molti Oscar ad attori disposti a tutto per convincerci che vivevano quello che stavano recitando – aveva già buttato gambe all’aria le convenzioni del palcoscenico e più tardi si era impegnato a scompigliare le regole nei teatri imperiali di San Pietroburgo. Voleva corpi, non attori, funzioni e non interpretazioni.

  Intanto Majakovskij nell’autoproclamato Teatro Futurista faceva a pezzi la poesia accademica. Faceva con le parole quello che un volenteroso fanciullo avrebbe potuto fare con una risma di fogli colorati, le ritagliava, le incollava in forme sorprendenti, le sovrapponeva e le contrapponeva l’una all’altra. In piena rivoluzione si misurerà come attore nella parte di un hooligan innamorato di una maestrina, in un film, di cui è anche co-regista, tratto da un libro di Edmondo De Amicis, La maestrina degli operai (1895).

La guerra in Europa infuria da un anno, è il 1915, e Kazimir Malevič fondatore del suprematismo preannuncia l’abisso della storia, figurando d’occuparsi d’arte pura e dipingendo quadrati e cerchi di profondissimo nero che non rappresentando nulla se non se stessi ci suggeriscono i significati più inquietanti. I poeti poi sembrano inseguirsi nell’abbandono di ogni accademismo sentimentale o lirismo narrativo: Achmatova, Cvetaeva, Chlebnikov salpano ognuno per un oceano di parole diverso e sconosciuto.

La Rivoluzione politica darà nuovo impulso ed energia a questa travolgente rivoluzione culturale già in atto.

Il fulcro di quella rivoluzione, il suo luogo dell’anima, è stata San Pietroburgo. Tutti sanno della Rivoluzione d’ Ottobre: tutti hanno visto un film o letto un libro o ascoltato una storia. Tutti. 

Ma c’è sempre lo spazio per un racconto nuovo, anche se il migliore resta ancora quello fatto da John Reed nel suo I dieci giorni che sconvolsero il mondo: un libro potente, eloquente e onesto che neppure la versione cinematografica di Warren Beatty, con il suo cast acrobatico, è riuscita a mettere in ombra. Nell’anno di un centenario così ‘fondamentale’ (fondante) ricordarne solo gli aspetti politici sarebbe ingiusto. Ricordiamo gli scrittori, i musicisti, i pittori, gli artisti insomma, che furono per trent’anni, prima e dopo la rivoluzione, avanguardia del futuro.  Grazie a loro i nostri occhi, orecchie, bocche hanno imparato a vedere, ascoltare e dire il nostro mondo, quel secolo breve che però ancora non è giunto al termine.